Ludovica Palmieri

Il Rondò del Caffè Ristoro di Stefania Porrino.

 

Il rondò del caffè ristoro
Una lingua teatrale deve essere simbolica. Altrimenti è chiacchiera

Il rondò del caffè ristoro, di Stefania Porrino, messo in scena al Teatro Documenti di Roma dalla Compagnia del Mutamento, con il patrocinio del Conservatorio di Musica “Licinio Refice”, dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone e in collaborazione con il Centro Studi “Vera Pertossi”, è uno spettacolo che invita ad una visione critica dell’insegnamento e del rapporto tra maestro e allievo.

Sebbene sia scritto da Stefania Porrino, che, oltre ad essere drammaturga, nella vita ricopre anche il ruolo di docente, più che un’apologia dell’insegnamento e della figura del maestro, inteso come sommo ed unico detentore del sapere, né costituisce una critica.

L’incontro: Maestre d’arte – Il passaggio del sapere artistico tra donne di diverse generazioni

Il Rondò, la Rai
Un momento dello spettacolo.

Quello che emerge dallo spettacolo e che è venuto fuori, con forza, anche nel talk che lo ha preceduto, dal titolo: “Maestre d’arte – Il passaggio del sapere artistico tra donne di diverse generazioni”, a cui ha preso parte, seppur da remoto, anche Dacia Maraini poetessa e docente lei stessa, è che il vero maestro, quello che poi assurge alla figura di mentore per l’allievo, non è colui che detta dogmi o rivela certezze, non è una figura rassicurante ma è colui che suscita domande, crea dubbi, “infligge frustrazioni costruttive; insomma capace di mettere in crisi l’allievo, ovvero in una situazione costruttiva di crescita”, per usare le parole del giovane musicista Lorenz Sorgi.

Le caratteristiche essenziale per insegnare al meglio

Giulio Farnese, attore, interprete dello spettacolo, nonché insegnante egli stesso, sintetizza tre qualità fondamentali che dovrebbero essere proprie di un valido maestro: “L’esperienza; l’entusiasmo; l’intuito”. Infatti, secondo Farnese; “Il compito dell’insegnante” non è tanto trattare l’allievo come se fosse una piatta tavoletta di cera – aggiungo io – “ma scoprirne il vero talento, quello che ha già celato dentro di sé, per poi indirizzarlo, aiutandolo a svilupparlo al meglio”.

Mi pare che Il rondò del caffè ristoro metta al centro la figura dell’allievo, sottolineando che, nella vita, non si finisce mai di imparare, perché anche chi è arrivato al culmine, se è un vero artista, non smette mai di cercare e di mettersi in crisi.

La fiducia negli allievi

Rondò, la lezione
Rondò, la lezione.

La regista pone moltissima fiducia negli allievi, più o meno giovani; ad esempio, quando fa dire all’alter ego di Dacia Maraini, la compositrice Delia, Nunzia Greco, e fa poi ripetere a Silvia, Evelina Nazzari, suo alter ego e direi vera protagonista dello spettacolo, perché anello di congiunzione che incarna sia la figura del docente sia quella dell’allieva: Nessuno ti può dire se potrai scrivere un capolavoro. Lo devi sapere tu. Bisogna imparare a scoprire da soli le proprie capacità. Non puoi misurare la tua vita su quella di un altro. Devi rischiare personalmente.”

Lo spettacolo, scritto da Stefania Porrino ben trent’anni fa dopo un corso di scrittura teatrale con Dacia Maraini, propone un confronto tra diverse generazioni, un dialogo aperto, da cui, a mio parere, emerge come non sia solo l’allievo ad apprendere dal maestro ma anche il contrario, perché anche il maestro può entrare in crisi grazie ad un allievo.

L’importanza del dialogo

Il tema del dialogo è centrale per Stefania Porrino, sia come struttura portante della narrazione teatrale, sia come strumento pratico nella vita. Nella misura in cui saper comunicare, ovvero dialogare veramente – che tradurrei con un saper ascoltare l’altro –  è indispensabile per creare con gli altri dei rapporti davvero sinergici e costruttivi. “Spesso”, per usare le parole della Porrino, “tanto a teatro, quanto nella vita si assiste a sterili monologhi tra sordi”.

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La scrittura teatrale

L’incontro si è proprio aperto con una riflessione della regista sulla specificità del linguaggio e della scrittura teatrale, come “scrittura simbolica, in cui ogni parola contiene un riferimento ad altro; in cui ogni frase vuole far intendere più di quello che in realtà dice e, nello stesso tempo, vuole creare l’attesa per la battuta che verrà dopo, in un continuum costruttivo, volto ad accendere la mente dello spettatore.” – Devo ammettere che proprio per questa premessa mi sarei aspettata uno spettacolo un tantino più veloce e ritmato.

Teatro al femminile

La regista ha anche sottolineato l’importanza di un teatro al femminile come l’unico in grado di rappresentare veramente le donne. Affermazione che ritengo un tantino drastica dato che, a mio parere, anche tanti autori, come Ibsen, sono riusciti a costruire dei magnifici ritratti femminili.

Gli anni Settanta

Tuttavia, ritengo che tale constatazione si leghi alle esperienza di Stefania Porrino negli anni Settanta, quando le donne stavano sviluppando in maniera attiva e concreta una coscienza di genere e molti ruoli erano ancora ad esclusivo appannaggio maschile. Certo, oggi, molti diritti sono stati raggiunti ma, non per questo devono esser dati per scontati e garantiti per sempre; perché, come dimostrato dai tragici eventi di attualità, Afghanistan in primis, i diritti come si acquistano così si perdono; inoltre, a ben guardare, anche nel nostro Paese, la strada per una reale parità di genere è ancora lunga.

Le donne Mestre d’Arte

La Porrino poi evidenzia una differenza anche nelle modalità di insegnamento maschili e femminili. Sottolineando che: “L’uomo generalmente si pone come modello: guardami e impara; mentre le donne tendono a dare gli strumenti” e, per questo, le definisce: “Maestre d’arte che insegnano ad usare il corpo la mente la psiche in modo armonico.”

Da qui deriva un ultimo concetto importante, con cui mi trovo molto d’accordo: non è detto che gli artisti più geniali ed affermati siano anche bravi maestri, il loro talento è talmente naturale ed innato da non poter essere insegnato. Anzi, in realtà è vero il contrario, ovvero che i migliori maestri sono coloro che nella vita hanno dovuto superare le difficoltà.

Per concludere: Certe cose non si decidono. Si hanno dentro.

Infine, desidero congedarmi con due battute che mi hanno colpito molto, mi hanno spinto a riflettere e scrivere sul tema, forse perché – modestia a parte – sono sempre stata una brava allieva:

I maestri sono pericolosi per chi non è capace di disobbedire.

Certe cose non si decidono. Si hanno dentro.
Si possono celare ma alla fine emergono.
Possiamo anche rifiutarci di vederle ma covano dentro e ci accorgiamo che tutto era stabilito.
Non si decide di essere qualcosa semplicemente lo è.

E allora l’invito e l’augurio per tutti è di esserci più che mai e di realizzare la propria identità nonostante e malgrado tutto.

Ludovica Palmieri

La Compagnia del Mutamento
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